Nell’inizio c’è tutto

Per gli alunni e le famiglie degli Artigianelli, come per tutti gli alunni della Toscana e di altre regioni italiane, oggi è il primo giorno di scuola di un nuovo anno. Nel tradizionale saluto di accoglienza abbiamo potuto guardarci negli occhi e condividere la trepidazione di questo inizio, evidente in ognuno dei presenti.

Riportiamo le parole con cui il preside ha introdotto il lavoro di quest’anno e il compito che ci aspetta e rispetto al quale siamo tutti – alunni, genitori, docenti – chiamati.

«Perché ci siamo convocati e siamo insieme qui oggi? È un giorno speciale, importante. Il più distratto tra noi non può non essersene accorto. Ce lo suggerisce la trepidazione con cui siamo andati a letto ieri sera, che ci ha fatto dormire poco e svegliare presto stamani, che ci ha accompagnato lungo il tragitto fatto per arrivare qui, che era nel silenzio con cui abbiamo fatto colazione ed ora è qui dentro ognuno di noi (anche noi adulti). Ma cos’è che lo rende speciale? È la promessa che ha dentro, che porta con sé. La realtà tutta sembra essere indifferente a chi la abita, a chi vi vive, e invece essa è nobilitata ed è bella proprio per la promessa che ha dentro e di cui solo noi (tra tutti gli esseri viventi) possiamo presentire. È una promessa misteriosa, che chiede di essere scoperta, che ha bisogno di essere desiderata affinché possa accadere, ha bisogno della nostra fatica per essere intravista e gustata. Per questo studiamo, impariamo, ci aiutiamo; per questo sperimentiamo l’esser felici ma anche l’essere tristi, per questo ci mettiamo insieme, diventiamo amici, ci innamoriamo: tutto ciò che facciamo, anche quando sbagliamo, è per poter dare un nome a questa promessa di bene con cui entriamo nelle giornate. Vogliamo conoscerla, vogliamo si riveli. Questo – di tutti i nostri infiniti desideri – è ciò che desideriamo di più. Il fatto che siamo qui con loro anche noi adulti ha un duplice scopo: da un lato ci ricorda il nostro fondamentale compito di “testimoni” (avere noi per primi uno sguardo di apertura – e non di paura – verso la realtà, ricordarci di essere “educatori”); dall’altro ci suggerisce di guardarli e lasciarci ri-educare a una posizione di apertura che non sia determinati dalla logica della riuscita. L’esito di questo pezzo di strada non è nelle nostre mani, ma grande è la nostra responsabilità rispetto alla quale siamo insieme a sostenere (e quindi rendere possibile) il passo di crescita che desideriamo». Dopo aver introdotto le classi, il preside ha incontrato i genitori e le famiglie con cui ha condiviso questo pensiero: «È chiaro a tutti che la scuola è per i ragazzi, ma Il punto sorgivo dell’educazione è l’adulto. C’è un libro bellissimo di Franco Nembrini che ogni adulto dovrebbe leggere che si intitola “Di padre in figlio. Conversazioni sul rischio di educare”. In esso è documentato come il problema dell’educazione siano gli adulti, non i ragazzi, non i bambini. Perché? Perché il mestiere del bambino è semplicemente quello di “guardare”. Nembrini scrive «ci guardano sempre (…) l’attività vera che fanno è guardare: guardano sempre l’adulto che hanno di tronte, dapprima il genitore e poi mano a mano le altre figure di adulti che incontrano – la maestra, gli insegnanti – e poi l’ambiente circostante.» Per questo facciamo attenzione a non essere il punto sorgivo della loro paura: quella di non essere all’altezza, di non riuscire, di non essere come vorremmo che fossero. Di guardarli per quanto saranno capaci, di premiarli per ciò in cui riusciranno, di “misurarli” sulle performance… Viviamo davanti a loro come esempio, non con discorsi, non con prediche. Che possano vedere in noi un esempio da guardare, qualcuno in cui immedesimarsi. La preadolescente e poi l’adolescenza in cui questi bambini e questa bambine si stanno affacciando e che caratterizzerà il loro periodo di crescita alle medie – li vedrà impegnati nell’entrare in relazione con l’adulto perché per crescere hanno bisogno di qualcuno da sfidare, in cui potersi immedesimare, a cui guardare e da seguire (come Virgilio per Dante) per essere condotti al bene. Facciamo attenzione a non ridurre il bene che è promesso dalla realtà, dalla vita, quello che ognuno desidera che desiderano con lo “star bene”, col “benessere”: il bene che bramano (ma dovremmo ricordarci che è cio che vogliamo anche noi) è il desiderio di “senso”, è la fame di senso con cui si affacciano alla vita che li fa diventare adulti, grandi nel senso compiuto del termine. Perciò a tema, nel percorso educativo di vostro figlio e vostra figlia, ci siamo innazitutto noi: cosa desideriamo noi?  Aiutiamoci e correggiamoci per non perdere di vista questo punto. Non lo barattiamo con nulla di meno impegnativo perché ne va della vita, nostra e dei ragazzi.

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